ROMA SPQR

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La settimana santa

 

 

 

Tra Settecento e Ottocento, per tutti i romantici d'Europa Roma era una mèta d'elezione. E a Roma, tra le innumerevoli feste e i riti in cui gli stranieri si mescolavano al popolo per immergersi nel 'pittoresco', quello con la Settimana Santa era un rendez-vous veramente speciale. Il solenne apparato liturgico, la musica, i cori, le pubbliche celebrazioni attiravano folle immense. Si cominciava in sordina il mattino della domenica delle Palme con la passeggiata a piazza di Spagna, dove si acquistavano i rametti d'ulivo benedetto dalle fioraie che sostavano sui primi gradini della scalinata. Il giovedì santo il fulcro si spostava a San Giovanni in Laterano, con la lavanda dei piedi eseguita dal Papa e con i "sepolcri", tra altari riccamente addobbati di drappi e fiori, incenso e lampade accese. Allora come oggi, il culmine della Settimana era la Via Crucis papale, la sera del Venerdì Santo tra Colosseo e Palatino. Pio IX la abolì nel 1870, Giovanni XXIII la ripristinò. Ma al Colosseo, teatro del martirio dei primi cristiani, fin dal 1490 si inscenò la sacra rappresentazione della Passione. La data è stata ricavata da un documento dell'archivio della Compagnia del Salvatore, con il quale l'arciconfraternita del Gonfalone, tra le più antiche di Roma, comunicava ai guardiani del Colosseo di aver ottenuto dal Papa il permesso di allestire la rappresentazione all'interno dell'anfiteatro. Le rappresentazioni, cui si pose fine nel 1562 per ordine di Paolo III, a causa dei gravi incidenti che accadevano dopo lo spettacolo, erano seguite da una moltitudine che alcuni cronisti dell'epoca hanno stimato in più di centomila persone. La scena doveva risultare di tragica e realistica grandiosità, con la flagellazione, la crocifissione di Cristo e la morte di Giuda sull'arena che aveva visto scorrere il sangue dei martiri. L'annuale rappresentazione contribuì in modo determinante alla fama del Colosseo, fino ad allora meno grande e universale. Ne è testimonianza efficace il resoconto di un cavaliere tedesco di Colonia che partecipò nell'anno 1496 ai riti romani della Settimana Santa: "E' degno d'essere osservato un magnifico palazzo antico, detto il Colosseo, di figura circolare, con vari ordini d'arcate e di volte e dentro una piazza rotonda, circondata da gradini di pietra per i quali si sale in cima. Dicono che anticamente i signori stavano seduti su questi gradini a vedere i combattimenti tra i gladiatori e le fiere". Il testo del dramma era del fiorentino Giuliano Dati, membro dell'arciconfraternita del Gonfalone. Da Roma si diffuse in molte parti d'Italia e ancora oggi viene rappresentato.